Tu non m’abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co’ suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
sospinta sulla rada
dove l’ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia, alta si flette un’ala
di cormorano.

La foce è allato del torrente, sterile
d’acque, vivo di pietre e di calcine;
ma più foce di umani atti consunti,
d’impallidite vite tramontanti
oltre il confine
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
mani scarne, cavalli in fila, ruote
stridule: vite no: vegetazioni
dell’altro mare che sovrasta il flutto.

Si va sulla carraia di rappresa
mota senza uno scarto,
simili ad incappati di corteo,
sotto la volta infranta ch’è discesa
quasi a specchio delle vetrine,
in un’aura che avvolge i nostri passi
fitta e uguaglia i sargassi
umani fluttuanti alle cortine
dei bambù mormoranti.

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
presagio vivo in questo nembo, sembra
che attorno mi si effonda
un ronzio qual di sfere quando un’ora
sta per scoccare;

e cado inerte nell’attesa spenta
di chi no sa temere
su questa proda che ha sorpresa l’onda
lenta, che non appare.

Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s’alleva s’una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un’altra vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta; e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.

Poi più nulla. O sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch’io discenda altro cammino
che una via di città,
nell’aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda senza viltà.

 

Stay, my sorrow, do not
desert me on this road lashed by eddying
scirocco winds, flailing, then
dying; sorrow, dear
to the dying breeze
on which, lifting over the anchorage
where day now breathes its final voices,
floats a cloud, tilting skyward
a cormorant wing.

Where the river meets the sea, its mouth
is arid waste, alive with limewash and stony rubbish—
but more a sluice for the trash
of human acts, of wan, twilit lives setting
beyond the horizon
whose circle walls us in: emaciated faces,
bony hands, horses filing past, screeching
wheels—not lives, no, but vegetation
of the other sea that straddles this.

We move along a rutted road, caked
mud, grooved, undeviating,
like a hooded cortège crawling
under a weary sky lowering now
almost to window-level, in air
so dense it tangles our steps,
and this human seaweed writhes
and sways in the breeze like curtains
of whispering bamboo.

If you leave me, my sorrow,
sole living portent in this swarm,
a sound seems to diffuse
around me like the chirr of the hands
before the striking of the clock,
and I slump, unmoving, in the hopeless
wait for someone ignorant of fear
here on this shore surprised by the sluggish
tide—who does not appear.

I may regain a face: in the glancing
light, impulse draws me
to a spindly plant raised
in a pot by a tavern door.
Toward it I reach a hand and feel, fusing
with mine, another life that bears the one form
torn from me; and, like rings
on my fingers, not leaves, but hair
curls around me.

Then nothing more. O drowned presence, you disappear
as you came, and I know nothing of you.
Your life is yours still, dispersed now
in the fitful glintings of day. Pray for me then,
pray that I descend by some other road
than a city street,
in the violet air, against the teeming tide
of the living, that I sense you at my side,
that I go down,
unflinching.

This article originally appeared in The New Criterion, Volume 11 Number 10, on page 44
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