Giunge a volte, repente,
un’ora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
M’affisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce d’acqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
E dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
s’è spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
l’aria è tanto serena che s’oscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.

 

Suddenly, at times, there comes
a moment when your inhuman heart,
estranged from ours, terrifies.
Then your music clashes with mine,
your every movement is hostile.
I withdraw into myself, drained
of strength, your voice is stifled.
I stare at the stony scree
spilling downhill toward you
to the bluff that slopes above you—
yellow, eroded, rutted
by rain-gouged torrents.
My life is this dry slope—
middle, not end—a road open to converging
runnels, one long, crumbling landslide.
It is this life, again, this flower,
devastation-born,
that dares the sea’s hammering, sways
with the wind’s capricious gusting.
In this patch of earth devoid of growing things,
a crack widens to let a daisy sprout.
In this flower I tremble toward the sea that lashes me;
silence is still an absence in my life.
I look at the earth, which glitters,
air so still it darkens.
And what grows in me
may be the rancor,
O sea, that every son feels for his father.

This article originally appeared in The New Criterion, Volume 11 Number 10, on page 42
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